Blog vacanze luglio 2012-2° giorno


27 luglio (pomeriggio)

Siamo tornati, stanchi, ma felici! da Volterra. Scherzi a parte credo che tutti siano stati bene e che abbiano fatto le cose più gradite. Ora sono in piscina e mi pare si stiano divertendo. Io scrivo e sono stata benissimo. Volterra non ha deluso le mie aspettative; un piccolo gioiello ben tenuto e curato.

Mi mancano il tabacco ed il vino, forse più il tabacco, ma solo perché a quello non mi è difficile mettere limitazioni che rispetto con facilità e qui invece ho dovuto ridurre drasticamente e perentoriamente la mia quantità già di per sé misurata; mi manca però nelle situazioni-tipo: scrivere, leggere a letto, al risveglio. Il vino, l’aperitivo.. quelli sono un’altra cosa relegata così in fondo alla mente da non aver misura.

Con Roberta ho visitato il museo etrusco, ricchissimo di urne scolpite, di gioielli, di ornamenti, di vanitosi specchi, di oggetti ludici, un po’ di tutto, insomma vivevano, amavano, giocavano, soffrivano e morivano; come noi. Di una modernità addirittura incredibile le sculture ed i gioielli; sarebbe piaciuto a Silvia, visitarlo, ma ha preferito aggregarsi al “gruppo alabastro” anche loro soddisfatti.

Abbiamo visto altre cose: la casa Comunale con i suoi scranni in cuoio e legno riccamente scolpito, i suoi soffitti affrescati, i suoi piani alti più sobri, le sue finestre strette e la valle, laggiù. Siamo saliti sino alla torre, immaginate il panorama: 360° di colline, vigneti e cipressi, di ulivi argentei, di campi e tra loro, sintoniche le case.

Fede ed io eravamo in cima alla torre quando la campana ha suonato facendomi vibrare le viscere e fuggire di corsa giù per una scala a chiocciola degna del miglior Hitchcock, con gli occhi ancora pieni di luce e di colori e la paura nelle gambe.

Recitavano versi, seduti sulla pietra tre cantori, musica ad accompagnare i passi silenziosi e le voci smorzate, induceva all’ascolto quel luogo. A dire il vero siamo entrati vociando chiassosi come siamo solitamente, ma presto le parole sono diventate sussurri, come in biblioteca: luoghi sacri. Abbiamo visitato una chiesa, il duomo? ma era tardi, stavano chiudendo e solo di sfuggita ho fotografato il pulpito di una certa bellezza, le panche di un legno austero e lucido, scuro di molti corpi sudati e dolenti.

Poi, poi cos’altro? Ancora e ancora riempirsi gli occhi di medio evo.

(sera)

Il battistero e vicoli e tetti, mai abbastanza per me, giochi di spazi e di forme, di volumi, ma ariosi, mai grevi del barocco, una contenuta bellezza, schiva.

Tutto questo color mattone, caldo e morbido contro un cielo netto di luce e di calore e in basso ancora i campi mai uguali, una vasta terra accogliente.

Cartoline per gli altri e per me, già lo so che ne terrò alcune, segno tangibile, sostegno della memoria, lucide da accarezzare, belle da vedere.

Ormai sono le 22,22 (una delle mie combinazioni propiziatrici!) sento ancora saluti risuonare nell’aria, ma alcuni sono già a letto, io son qui: ho tentato inutilmente di scaricare le foto, ho letto qualche pagina, ma il contesto stride con le attività solitarie per cui ben poco; abbiamo cenato, benissimo naturalmente, ed abbiamo ricevuto la visita di Alberto, un educatore che ha condiviso con Roberta e Giovanna e con il nucleo storico dell’associazione parecchie esperienze. Simpatico. Ha portato, per festeggiare una bottiglia di Berlucchi, niente avrebbe potuto farci più piacere, viviamo di piccole cose, in fondo.

Così, senza fretta tra una parola e una risata attorno alla piscina si è fatto buio..

Da Gabriele:

La crisi? Si vede: sulla spiaggia non raccogli più bottiglie di Ceres in abbondanza, ma qualche rara Moretti, una Splugen, poca roba e di seconda scelta.

1) gli spadaccini

2) i letti manicomiali

3) la manifestazione Marcuzio..

4) i barellieri, le ambulanze e la morte

Sono a Genova, è il 3 agosto e rileggo queste pagine. Dovrei riordinare la casa, la mia camera è una bolgia e in cucina la spazzatura si accumula, ma no, niente sono qui e voglio scrivere degli spadaccini e del resto..

Una giornata piena, pienissima. Sul sagrato di una chiesa, in una piazza aperta sul paesaggio abbiamo visto un gruppo di ragazzi/e con delle spade in mano che coreograficamente creavano figure al comando di : Combatti!! Due o tre stoccate e poi di nuovo fermi a coppie, in tre fermi, ma non congelati e poi nuovamente la danza, l’armonia dinamica. Avevano un direttore dei giochi che impartiva comandi e definiva i movimenti, ad esempio: L’aria è densa, è spessa, camminate lentamente, state faticando per venire avanti, i vostri movimenti sono quelli di chi penetra in una sostanza piena, avanzate piano.. e poi: Combatti! E l’aria si riempie di suoni, del clangore del metallo sul metallo, di ginocchia piegate, di busti protesi; sono belli, anche quando sfilano tutti in una direzione con le spade dritte verso il cielo, una riga composta e colorata, belli.

Perché?

Le prove di uno spettacolo “Marcuzio non deve morire” devo ancora leggere per meglio capire il depliant che ho raccattato in giro, non appena l’avrò letto racconterò il perché e lo svolgersi dello spettacolo che comprendeva, questo lo so, una presenza nel carcere di Volterra e basta questo, per me, per farne qualcosa di degno e di importante.

Sul sagrato di una chiesa, in un piazzale immenso, sonnecchiano tanti, tanti letti in ferro, testimoni muti e stolidi nella loro brutale, ferma compattezza, di ciò che sono stati: tortura, solitudine, isolamento, cattiveria e segregazione. Un gregge di brande in ferro. Quel piazzale affollato pare vuoto perché manca la gente, le persone che possiamo solo immaginare e che hanno lasciato su quelle reti arrugginite il loro odore, il loro freddo sudore e la paura. Però tra le strutture scrostate oltre l’abbandono compaiono giochi di carta che alla brezza leggera oscillano, quasi aquiloni che trasportano quel che resta dei sogni.

Memento.

Non dimenticare ciò che è stato fatto in nome della sicurezza, della legittimità e dell’ignoranza; non dimenticare e non cadere in quella vecchia trappola, ricorda e fai diversamente.

Per sapere della compagnia della morte, no, non era questo il suo nome, è meglio guardare le foto.

Barelle, lettighe, sollevatori, tutto i cuoio e legno; vengono in mente le grandi pestilenze, il buio di secoli scuri caratterizzati dalla precarietà, da vite brevi, da divinità lontane e severe; solo la morte era certa e vicina, tant’è vero che a dominare quegli strumenti che paiono di salvezza, c’è, sempre presente, incombente, l’immagine triste e senza speranza della morte, del teschio, della falce.