Psychosis


15 dicembre 2013

 

Sarah Kane: 4:48 Psychosis

Parole come schegge, parole a rotolare sulla coscienza, parole piene. Gesti trattenuti, invocazioni, dolore.

Ieri sera ho visto 4:48 Psychosis , l’ultimo lavoro di S.K.

Sapevo della K. qualcosa: giovanissima, contemporanea, gravemente depressa, suicida. Sapevo qualcosa di questo preciso lavoro teatrale, me ne aveva parlato una decina di anni fa, entusiasticamente, una persona e tanto mi colpì e mi catturò quello che mi disse che cercai pubblicazioni in italiano, volevo leggerla, ma non il teatro che letto in una stanza, da soli, mi è ostico e perde quella componente tutt’altro che marginale che è il “detto” in scena, cioè l’azione, il movimento, la voce, l’intonazione. Non trovai e a poco a poco dimenticai S.K., il suo travaglio, la sua morte.

Mi tornò tutto alla mente quando, data una scorsa alle programmazioni teatrali (ho per il teatro agito una grande passione) lessi il nome di S.K. ed il titolo di una sua opera; decisi che volevo assistere alla rappresentazione ad ogni costo.

Ce l’ho fatta, ieri sera ero lì.

La sala era piccola ed accogliente, il pubblico raccolto sotto il palco sarebbe stato coinvolto più facilmente, pensavo, e guardandomi attorno notai che la mia amica ed io eravamo tra le più vecchie. Erano tutti molto giovani interessati e interessanti.

Poi, finalmente il buio, preludio e silenzio. Quell’attimo di sospensione raccoglie le energie di tutti, attori e spettatori e trasporta tutti noi, là dove ci incontreremo.

S., perché è lei sul palco a raccontare se stessa, appare seduta in terra, maneggia oggetti e comincia a parlare. E non si ferma più. Non ci sono pause, intervalli o silenzi, ogni tanto un accompagnamento musicale si insinua tra le parole e i gesti della Arvigo/Sarah, a sottolinearli. Non si ferma e con la potenza di un fiume in piena travolgente scarica sul palco e tra noi spettatori la sua disperazione, gli abissi di un male di vivere che conosco bene e che per me ha un odore familiare. Non mi guardo attorno, sono letteralmente rapita da quella donna giovane, intelligente e bella alle prese con i suoi/miei fantasmi. C’è una rabbia forse, a tratti, salvifica sul palco, non c’è rassegnazione, ma ricerca e desiderio. Quante volte parla d’amore, grida un amore profondo e un altrettanto profonda solitudine. Sul palco regna il disordine, il pavimento è cosparso di frammenti di specchi e, sembra, da pezzettini di carta; la luce è data da vecchi lampadari di cristallo scompostamente abbandonati in terra ai lati e velati da piccoli paralumi. Due o tre oggetti e una miriade di palline da ping pong che in un primo momento di rabbia disperante la Arvigo fa rotolare a terra, completano un palcoscenico/coscienza che appare in tutta la sua crudezza e desolante, faticosa esistenza.

Lo dico subito: la Arvigo è bravissima. È anche una bella ragazza vitale e lieta, così appare a spettacolo ultimato sulla scena e strizza l’occhio per un istante al pubblico, trasmettendo una complice aderenza e nello stesso tempo un’incrollabile speranza a noi spettatori. Ci sono gioia di vivere ed amore per il suo lavoro in lei e ce li porge con grazia.

Ma, mentre interpreta Sarah e grida e geme e cambia registro nella voce e si sdoppia in un dialogo con se stessa, è intensa e coinvolgente.

Il testo è intenso e coinvolgente; c’è una sofferenza psichiatrica grave, c’è una solitudine infinita, ci sono paura e disperazione, ma la grandezza del testo secondo me sta nella capacità che l’autrice ha avuto nel trasfigurare un dolore individuale e personalissimo in un sentire comune, universale.

Il mondo è anche quell’orrore di cliniche e farmaci e insuccessi, è anche un camminare sull’orlo di un abisso, ma oltre questo c’è la possibilità di riconoscersi, tra il pubblico (che non può mai essere passivo assistendo a questa rappresentazione) ed il testo perché universali ed universalmente noti sono paura, rabbia, dolore e solitudine.

Il massimo coinvolgimento tra le due realtà fondanti del teatro avviene quando l’attrice si fa vicinissima a noi e guardandoci negli occhi dice: carnefici, vittime, spettatori.

Possiamo essere l’uno e l’altro, mai l’uno o l’altro, possiamo essere pubblico ed attori, siamo coinvolti e se qualcuno cerca di fuggire, di chiamarsi fuori, sappia che non è possibile, forse è l’unica cosa che non è possibile: ci siamo dentro con un pezzetto di dolore, con un momento di paranoia, con un brivido di sofferenza e camminiamo con Sarah su quegli specchi spezzati e taglienti, in mezzo ad un grande deserto, ma insieme, alla scoperta di noi stessi, se vogliamo.

Emilia Vento