VACANZE 2014


18 settembre 2014

 

 

Comincio a scrivere il diario vacanze, guardo l’ora, sono le 21,21.

Per me che “gioco” con le combinazioni numeriche è unottimo auspicio.

Sono in camera, davanti al pc e quasi non ci credo: questa stanza è bellissima, le finestre aperte sulla campagna, le mie cose in giro, di là Gabri e Valter e la radio accesa, cena squisita e servita con garbo e gentilezza, inoltre Loredana è una brava cuoca.

Ma a rendere questo scampolo di serata eccezionale è stato visitare uno spazio (non saprei definirlo diversamente) ricco di opere d’arte in un moltiplicarsi di sale arredate, di angoli illuminati da luci soffuse, di pareti cariche di quadri e sculture, di giochi di specchi, di librerie avveniristiche e di una biblioteca ricchissima. Scale, arredi, ceramiche, tutto bellissimo di gran prestigio e valore.

Non mi sarei mai aspettata di vedere tutte le splendide cose che abbiamo avuto l’occasione di sfiorare con gli occhi, di stupire, di partecipare.

Nella mia scarsissima conoscenza degli autori di simili opere d’arte cercavo di vedere dentro le cose, di cogliere relazioni di spazio, di appropriarmi di sfumature e di linee, di volumi e di colori, di insiemi armonici, di fissarmi nella mente, negli occhi e nell’animo l’insieme che nel loro disordinato mostrarsi non permettevano che stupore e meraviglia. Non facevo in tempo a rimanere senza fiato di fronte ad un oggetto che subito qualcos’altro mi catturava trascinandomi altrove. Un orgia di bellezza, di sfacciata intraprendenza, un susseguirsi di piccole perfezioni a suscitare un appetito vorace. Attraverso la macchina fotografica ho potuto trattenere qualche immagine che spero di mantenere viva nella mente.

Poi la riserva che conoscevo già, ma che trovo sempre bellissima e mi stupisce nella sua mutevolezza; qui il riso biondo sugli steli, là alberi imponenti, poi i canali e l’acqua limpidissima in un paesaggio così variabile che dopo un paio di curve ti trovi altrove, tra gli alberi i teneri animali selvatici che ci hanno accolto mostrandosi senza paura, le loro esili zampe, la loro corsa elegante, il tutto nei colori di fine estate.

Dopo una notte tranquilla ci alziamo tutti di buon umore, senza neanche aver avuto bisogno della sveglia, andiamo a fare colazione e partiamo per Torino.

1° giorno:

Torino, la periferia, questa è un obbrobrio, lunghe strade, lunghi palazzi ciechi, né fantasia né calore, solo i toni della tristezza.

Poi Torino, bellissima. il parco, i ponti sul fiume, il cielo grigio e una cura attenta a preservare se stessa, un amore per le persone (mi è parso, sarà vero?), un’attenzione gentile e raffinata.

Prima in ascensore in cima alla Mole e Torino ancora più bella, vista dall’alto con i suoi tetti rossi e i palazzi, le strade. In lontananza le nubi ci nascondono le Alpi, ma quello che vedo mi piace, non avevo mai visto Torino dall’alto. Poi giù nella magia del cinema, il museo del Cinema ci aspetta. Perché la nostra meta non è la città, ma i suoi tesori.

Il museo del Cinema, come dicevo, è il primo spazio che andiamo ad esplorare. Si parte dalle origini, anzi dalle ombre che senza luce non esistono e che sono la prima rappresentazione artistica in movimento del mondo reale. Penso che il cinema altro non è come punto di partenza, se non una sempre più raffinata ricerca di dal corpo a luci ed ombre e, a dimostrarlo, i primissimi giochi di luce in movimento che avranno senz’altro riempito di stupore gli adulti come fossero ragazzi impreparati nei primi anni del cinema..

La storia, come nasce il cinema e prima di lui la fotografia: le prime lenti, i dagherrotipi, le lanterne magiche, le illusioni ottiche, i giochi di specchi, poi verso il cinema passando per i primi esperimenti dei Lumiere e colleghi, ancora cinema per come lo conosciamo e sui mega schermi scene che, per chi ama il cinema sono immortali. E siparietti e manifesti e lezioni di montaggio, scenografia e ancora altro. Non voglio far torto a nessuno e la mostra è così variegata che ognuno trova il suo momento d’oro, il suo grande film, quello che lo ha fatto sognare e amare oltre ogni definizione il cinema. I grandissimi nomi del passato, i contemporanei, i maghi: registi, attori ed attrici e lo specchio come grande momento di confronto nel cinema e forse l’essenza stessa del cinema. I miei film più amati, il bianco e nero che sazia gli occhi e la mente, i colori, gli effetti speciali, i mostri che hanno terrorizzato infanzie e non solo, ovunque intensità e vita. Perché un film non è solo un film ed il cinema oltre che arte della luce è luce per lo spirito.

Ore indimenticabili, per me. Ci siamo separati, ognuno guardava quel che preferiva e si fermava dove l’immaginazione lo conduceva; credo di poter dire che ciascuno fra noi ha visto il suo museo, che ognuno ha realizzato il suo film.

Usciamo, i lunghi viali alberati a formare una scacchiera, ordinata, ma anche vivace, affollata, sotto gli innumerevoli portici folle di giovani, di turisti forse, di curiosi, intrecciano il loro cammino col nostro.

 

Altra storia il museo Egizio: famoso in tutto il mondo come il più ricco di reperti dopo quello dl Cairo. Mi ha trasportato in un mondo alieno conducendomi per mano, attraverso le piccole cose, le minuscole suppellettili , gli oggetti d’uso comune nella vita e preziosi compagni nella morte, sino alle grandi statue, alle imponenti sfingi, alle varie deità rappresentate con altera bellezza e forza dignitosa. Grandi cose per i “grandi” e mentre le guardi non ti viene certo in mente il popolo, non pensi agli schiavi esattamente come guardando un film americano non pensi (immediatamente) agli schiavi, ai pellerossa, agli indios traditi. La grandezza dell’America si erge, come tutte le civiltà dominanti sulle spoglie dei perdenti. Gli Egizi non erano da meno, ciò non toglie che quanto a noi è arrivato sia di grande interesse e di stupita ammirazione. Inoltre si può riflettere sulla magia della fine, gli Egizi, gli Assiri, i Maya, gli antichi Cinesi, gli Indiani di due diversi continenti, certe popolazioni africane, infine noi ed il fragile legame che credo vorremmo più forte e chiaro. Cerchiamo le nostre origini, incessantemente, credo.

Infine a casa, a letto contenti dopo un’ottima cena, e sogni d’oro!

2° giorno:

Milano: bella, affollata, enorme, colorata, sfacciatamente ricca, dolorosamente povera anche. Splendidi parcheggi, metropolitana funzionante, quindi accogliente in un certo senso.

Marc Chagall: il pittore mistico che piace anche ai bambini, ne sono certa. Una vita lunga un secolo, un solo grande amore sua moglie Bella e negli occhi l’amatissima Russia, nel pensiero una sorta di simboli ricorrenti colorati di tutti i colori: i blu, i verdi, il rosso, e il moto perpetuo e dinamico delle figure danzanti, volanti, circensi sopra i tetti capovolti e la campagna ora innevata, ora lussureggiante. I miei occhi a bere il colore, a tuffarmi tra i colori, la mia mente a danzare da un luogo magico all’altro, da un sogno di Chagall ad uno mio. I bozzetti, i costumi, l’ironia di certe figure e di alcuni atteggiamenti o posture, tutto questo ed anche di più. Tracce di altri grandi contemporanei, nella Parigi in fermento di quegli anni, e sempre più prenderne le distanze per costruire un mondo esclusivamente suo, ma miracolosamente condivisibile. Ho acquistato il catalogo, non ho potuto farne a meno, quando i ricordi saranno offuscati da una memoria vacillante, sfogliandolo e, come faccio in moltissime occasioni, carezzandone le pagine, rinnoverò la sua presenza in me e potrò godere ancora della sua compagnia e della sua voglia di essere gioioso e mite. Nonostante l’enorme differenza mi ha fatto pensare a Dostoevieskij, forse perché entrambi mistici. La mia testa va per conto suo spesso e mi ritrovo altrove pur essendo partita da un preciso punto di partenza, per cui so per certo che alcune miei opinioni nascono da emozioni non analizzate, da libere associazioni e non da studi o ricerche, ma non ho la pretesa di essere scientifica. Esprimo, quando mi riesce, un sentimento.

Scopriamo, dopo aver visto il Duomo, nella sua maestà, dopo esserci seduti sulle panche ad ammirare le sue volte a crociera, il suo svettare, le sue vetrate, splendidi racconti di colore, dopo aver percorso le navate, aver ammirato arche e tombe, gli splendidi pavimenti, l’opulenza di un gotico ricco e raffinato, le trine dei pinnacoli, il susseguirsi di scene in basso e alto rilievo, dopo aver intravisto mostruose figure gigantesche e la magnifica simmetria del suo andamento architettonico, un po’ stanchi, ma decisi a non perdere nulla di quanto questa città sa darci e di quanto noi possiamo goderne (bisognerebbe avere molti più occhi e almeno due cervelli) scopriamo, dicevo, adiacente alla piazza un museo del ‘900 che espone opere di grandi firme del secolo scorso. Biglietto d’ingresso promozionale: solo un euro.

Anche qui sale e sale, quadri, sculture, giochi di luce. Come descrivere un Morandi o un Carrà, un Modigliani, un Campigli, un Vedova, un Fontana, un Burri, e Boccioni e Martini e, e.., e.., e..

Troppe opere e troppo stanca io, riconoscevo solo ciò che conoscevo e poco mi fermavo a studiare ciò che avrei potuto/voluto scoprire con una mente più sgombra e meno stanchezza nelle gambe; potendo tornare a Milano pagherei il biglietto intero e tornerei a guardare con attenzione e calma quell’enorme raccolta di arte moderna e contemporanea.

Una costruzione avveniristica all’interno e dell’inizio del secolo scorso esternamente, faceva da cornice a questa mostra che mi è piaciuta molto. Se c’è un rimpianto è quello di essere stata troppo stanca per essere attenta come avrei voluto e le opere esposte avrebbero richiesto.

Poi ancora Milano, metro, ancora metro e parcheggio (non trovavamo la macchina!) breve viaggio di ritorno e …

3° giorno

Oggi Pavia, sorpresa indicibile. Per prima cosa la Certosa: splendida e inaspettata, da star con gli occhi all’aria ad ammirare cieli di azzurro lapislazzulo e stelle d’oro, e fregi, decorazioni ricchissime ed elaborate, le cappelle sulle navate laterali: nicchie di gioielli pittorici, di marmi coloratissimi, di volte e di vetrate. Grande e piena di luce dalle molteplici finestre che al gotico più cupo e buio aggiungono una lucentezza nata dalla fiducia nell’uomo (proto rinascimentale?)

In fondo alla basilica (?) una cancellata imponente separa il pubblico dal privato e, solo dopo che un frate apre il cancello ci è permesso seguirlo per visitare questa parte non accessibile al pubblico ed ascoltare i suoi racconti sulla Certosa, sui fondatori, sui frati di clausura, sulle loro vite fatte di preghiera, lavoro, studio, meditazione e silenzio.

Cinque regole per una vita difficile e solitaria, chissà in quali direzioni andava, per distrarsi, il loro cervello.

I Certosini non avevano contatti con il mondo esterno ed è per questa ragione che parte della Certosa è stata, da sempre, interdetta al pubblico; i frati che la gestiscono ora (di altro ordine) possono avere rapporti con i fedeli e mostrare lo splendore della chiesa stessa.

Il frate che ci ha accompagnato era simpatico, gentile ed ironico, raccontava con piacere ed era un piacere ascoltarlo, era asmarino e, non appena Giovanna l’ha saputo hanno fatto amicizia (GIo e Ro hanno vissuto ad Asmara per circa un anno) sappiamo tutti com’è Gio: entusiasta.

Gli abbiamo dato una buona offerta, se l’è guadagnata!

La Certosa dà un’idea di perfezione e lo spazio sul quale sorge non è da meno. Tutto è pulitissimo, persino l’erba che cresce tra i lastroni che pavimentano l’accesso sembra lavata stelo per stelo. Lo dico con ammirazione: non si fuma (ma è chiaro!!) non si fotografa (ma è giusto!!) e si respira piano (per rispetto). Un microclima, un perfetto ecosistema, un’isola di armoniosa pace.

Abbiamo comprato cartoline e qualche oggettino (l’unico posto economico che abbiamo trovato sulla nostra strada in questo breve e intensissimo viaggio) poi salame (di Varzi) e formaggetta. Siamo partiti dalla Certosa e abbiamo raggiunto Pavia: prima meta pane e bibite, poi sosta lungo l’argine del Ticino a consumare panini.

Il fiume è bellissimo, l’antico ponte coperto ritaglia lo spazio, in lontananza la cupola del Duomo e ancora più in là uno scorcio di S. Michele. Sotto di noi l’acqua sonnolenta, le barche, la famosa statua alla Lavandaia (finalmente una statua dedicata ad una donna e, per di più,del popolo!) un’atmosfera con un che di morbido, rilassato.

Prima Torino e Milano, la loro vastità, il loro caotico via vai, persone e rumori, ora Pavia silenziosa e quieta.

Anche qui scatto un mucchio di foto.

Ci incamminiamo verso il centro, lunghe strade tranquille, scorci e vetrine. Sotto i piedi i ciottoli di fiume, arrotondati a pavimentare il selciato, sono molto belli, ma che fatica camminare! Raggiungiamo finalmente, S. Michele. Splendida chiesa romanica morbida nel colore della pietra consumata. Ha un’aria vissuta questa chiesa, è invecchiata moltissimo, ma invecchiata bene. Entriamo. Persone gentili ci accolgono e ci raccontano qualcosa della chiesa stessa che è addobbata riccamente perché è stato celebrato un matrimonio, ci permettono di scattare fotografie e ci invitano a visitare la cripta. I tanti capitelli, i molti fregi sono come racconti, dalla pietra emergono la storia e i timori di quel mondo lontano. Scatto, scatto fotografie quasi come una giapponese, ma non tutto riuscirà: troppo bui alcuni spazi, accecati da fari altri.

Percorriamo strade e stradine, Ro’ e Gio ci indicano dove hanno abitato e cose belle e interessanti da vedere, purtroppo ancora i maledetti (!) ciottoli, poi arriviamo all’Università e Roberta si trasforma in cicerone guidandoci tra sale, portici e cortili dove ci imbattiamo in gruppi di ragazzi che studiano nel caldo del primo pomeriggio, sotto un cielo terso e limpido. Chissà quanti ricordi si fanno strada nella mente di Roberta!

Riprendiamo a camminare ed io come sempre resto indietro, un po’ perché sono stanca un po’ perché sono lenta e sono rimasta senza macchina fotografica (la batteria mi ha tradito) infatti ho perso la possibilità di riprendere le torri, rosse come quasi tutte le costruzioni in questa zona (il famoso cotto lombardo) che svettano verso il cielo e che mi sono parse bellissime. Giungiamo al Duomo. Mi pare splendido, il suo colore è caldo e assorbe la luce, mi dà un senso di familiarità. Sono arrabbiata perché non potrò fotografare alcunché, quando mi viene in mente che ho il cellulare dotato di una bella fotocamera. Che stupida! Che stanca! Riprendo a sbizzarrirmi e fotografo il Duomo da mille angolazioni e torri e campanili, colonnati e giochi architettonici fatti di archi e scale, prospettive, tutto ciò che accende la mia fantasia e che spero i miei occhi possano raccontare.

Così lasciamo Pavia, passando ancora sotto il ponte coperto e raggiungendo la macchina, in brevissimo tempo siamo alla tenuta, ma prima sul ponte di barche. Il legno risuona sotto le gomme e si muove con noi, le barche allineate sono il suo appoggio; immagino il fiume gonfio e il ponte che si eleva galleggiando. Il fiume è il cuore di questa zona, l’acqua la sua ricchezza.

Dopo una sosta in camera scendiamo per andare a cena, Chanel corre festosa dopo essere stata con i suoi “nipotini” tutto il giorno; noi ci sediamo a tavola e buon appetito!

 

Ultimo giorno

Abbiamo fatto i bagagli ieri sera per essere pronti oggi per tempo. Infatti prima di tornare a Genova vogliamo fare un salto a Vigevano che è una cittadina a pochi chilometri da qui. Ha una piazza bellissima e un castello medioevale più che degni di essere visitati. Entriamo a piedi nella piazza che è oblunga e di rara armonia. Cinta da portici, rossi anch’essi e decorati da motivi affrescati, viene chiusa da una chiesa concava su uno dei lati a sottolineare la sua forma. L’effetto è mirabolante. Due mosaici in ciottoli (già, sempre quelli!) rappresentano un sole o un’altra stella dai raggi sinuosi bianca su fondo nero e sono posti in prossimità dei lati corti della piazza stessa.

Mi è venuta in mente piazza del Campidoglio, quella col Marco Aurelio, a Roma forse perché tutte due recano una pavimentazione decorata e perché sono perfette nel rispetto delle proporzioni e dei volumi.

Mi rendo conto che la descrizione non dà nemmeno la più pallida idea dell’armonia della piazza, vi consiglio quindi di prenderne visione in rete, c’è da innamorarsi.

Poi varchiamo i confini del castello. Una vasta corte raccoglie visitatori occasionali e abituali. C’è un gruppo di persone che fa Tai Chi, c’è gente che legge o si riposa, il castello è degli abitanti e non un luogo congelato nel tempo e inaccessibile.

Intravedo un pozzo in pietra attorniato da un gruppo di platani; tra l’erba, sotto gli ippocastani frondosi le prime castagne d’India brillano a ricordarci che l’autunno, dopo un’estate inesistente, è iniziato, ma, guardando il cielo trasparente, pare lontanissimo. All’interno anche qui volte a crociera, feritoie, corridoi sospesi coperti da tettoie tenute in piedi da colonne sottili in un dinamico gioco di linee.

 

Ecco che siamo in viaggio, sulla via del ritorno, man mano che ci avviciniamo a Genova la piatta pianura dai colori giallo bruni, dai molti verde pallido, cede spazio alle colline piemontesi, ai contrafforti boscosi dai toni scuri del verde e del marrone.

Tra poco si vedrà il mare.

 

So di non aver detto che poche cose di questi giorni ricchi e pieni, non ho parlato, ad esempio, di come siamo stati bene, di come tutto è filato liscio, di come non ci siamo mai dovuti sollecitare (che mi sembra un dato importante da non sottovalutare) so di non aver raccontato che una piccola parte di ciò che abbiamo ammirato e pochissimo di quel che ho vissuto, ma questo è solo un breve diario e non ha pretese di essere esaustivo, il suo compito è piuttosto quello di rendere visibile un’atmosfera gioiosa, di suscitare curiosità e qualche sorriso. Spero di aver centrato il bersaglio.