vacanze 2015 Emilia Vento


 

VACANZE PRATO 2015 – cronaca di Emilia! Grazie!!!!

Che buon odore ha il catalogo della mostra milanese che abbiamo visto quest’anno! Sono a casa, ho tolto il cellophane che lo sigillava e il suo profumo di carta nuova e di nostalgia mi è penetrato nelle narici allargando ancora una volta i miei orizzonti e illuminando i miei ricordi.

Il 18 ottobre, al mattino, siamo partiti: due macchine, sei persone. Ro’ , Gio, Monica e poi Valter, Gabri ed io; Pavia, base logistica, ci aspetta.

L’aria è diversa, c’è un po’ di nebbia, quel tanto che basta ad ovattare il paesaggio, sfumando i contorni senza rendere disarmati. Poggiamo i bagagli, ci rinfreschiamo e, seduti intorno a un tavolo, decidiamo quale sarà la nostra prima tappa, Ro’ è organizzata, escono fuori guide su guide da consultare e ci facciamo un paio di idee su dove andare, infine scegliamo: Piacenza. Quello che ci descrive la guida è solo una pallida immagine di ciò che vedremo, ma ancora non lo sappiamo, lo scopriremo in città.

Dopo aver parcheggiato ci dirigiamo in centro dove ci aspettano bellezza e cortesia. La piazza è grande e vi si affacciano il palazzo Gotico e palazzo Farnese. In mezzo il mercato ortofrutticolo è ancora aperto, ma sta chiudendo, i commercianti ammucchiano ordinatamente le cassette vuote di frutta e verdura e, con i loro furgoni lasciano campo libero allo sguardo. In brevissimo tempo efficienti camion della nettezza urbana arrivano, caricano, compattano e spariscono. La piazza è sgombra, è pulita, ed è bellissima. Da quando vi sono state collocate due statue equestri, che ai lati del palazzo Gotico sembrano difenderlo, la piazza prende il nome di piazza dei Cavalli. Sono imponenti le due sculture e leggiamo che una rappresenta Alessandro Farnese e l’altra il figlio Ranuccio che, naturalmente, con un nome così è stato eletto nostra guida (spirituale) Si può dire che ce lo siamo portati dietro e che ancora fa capolino tra i nostri ricordi. Palazzo Gotico: la parte inferiore rivestita di marmo e quella superiore in cotto, quel mattone caldo e benigno che tanto mi riempie gli occhi di bellezza e di tepore.

I portici sono belli, leggermente scuri come mi pare giusto che siano in una giornata grigia di fine ottobre, intuisco che d’inverno sarà freddo e che la nebbia bagnerà il selciato, che le luci dei negozi e nelle case inviteranno a entrare, ci sarà calore…ora invece sono gli occhi a portarci lontano a guidarci alla scoperta della città. Fotografo una chiesa che mi pare bellissima, la piazza, i portici e palazzo Farnese. Valter ed io ci sbizzarriamo. È molto bello all’esterno e sede di musei, ma quando varchiamo un vecchio pontile di legno traballante ed entriamo nella corte ci appare uno spettacolo: gli angoli, le nicchie, gli archi si rincorrono in giochi e pare di assistere ad una danza…rosoni nel caldo colore del mattone, motivi ornamentali e ancora angoli e spioventi e lo spazio si moltiplica.

Aspettiamo che nel primo pomeriggio aprano i musei situati nel palazzo, ma qualcosa già vediamo dai finestroni al pian terreno; sembrano uomini o statue, non sappiamo bene, curiosi allora ci avviciniamo. Sono divise militari ed elmetti e file interminabili di armi. Sono divise che penzolano da scheletrici appendiabiti e danno della guerra non solo l’idea del tormento, ma anche la visibile consunzione dei corpi, lo sgretolamento delle ossa, la distruzione. Non entriamo a vedere lo strazio, siamo stati tacitamente d’accordo. Solo in Trentino, sui passi alti che sono stati teatro della 1° guerra mondiale ho visto tanti reperti bellici che mostravano inequivocabili i segni della morte: elmetti e giberne e proiettili e bombe e dolore. Oggi no, oggi voglio vedere bellezza ed armonia e cosa più di un Botticelli la rappresenta? Nella pinacoteca di palazzo Farnese tra quadri ed affreschi, tra stucchi e ori una Madonna con Bambino e san Giovannino (del Botticelli) si nasconde e si mostra ai visitatori. Vediamo quadri di grandi dimensioni, ma quello che ci attira è il piccolo “tondo” botticelliano incastonato in una cornice dorata ed intagliata che scopriamo essere un tutt’uno con il dipinto. Giovanna ci ha raccontato che questi “tondi” venivano donati alle neo madri come segno di augurio e di buon auspicio come sino ad un po’ di tempo fa si regalavano le medagliette o le collanine ed ora, forse, i passeggini. Usciamo dall’appartamento della duchessa (che era collegato a quello del duca da una scala a chiocciola, particolare piccante) e ci dirigiamo verso il museo delle carrozze. Ciò che ci ha attratto in questa direzione non sono tanto le carrozze (che invece sono belle) quanto il piccolo museo archeologico situato alla fine del percorso dove è possibile ammirare il notissimo Fegato etrusco; beh né io né gli altri ne sapevamo qualcosa, ma abbiamo imparato!

Con ordine:

in questi sotterranei asciutti e illuminati decine di carrozze di diverse epoche e dei più svariati usi ronfano come macchinoni nei garage di lussuosi appartamenti. Scure, dorate, piene di fregi e stemmi, in velluto e sete e pelli pregiate, scolpite in legni forti sono imponenti e belle. Noi passiamo e fotografiamo, guardiamo e fotografiamo e passiamo accanto a secoli di storia. Ci sono anche due portantine dalle lunghe assi levigate e scurite dalle tante mani che le avevano condotte e passeggini per bambini. Non posso non pensare alla corazzata P e la carrozzina che rotola giù dalle scale…

Siamo in fondo: un piccolo, ma interessante museo archeologico (vorrei fermarmi di più, ma mi fanno fretta, d’altra parte io mi faccio sempre aspettare…) e laggiù in una colonna di vetro quest’oggettino di bronzo, minuscolo e verdastro sulla cui funzione possiamo solo azzardare ipotesi. Ha le dimensioni di un fegato di pecora, tre protuberanze ed è interamente coperto di iscrizioni legate alla divinazione e alla religiosità etrusche di cui si sa ben poco. È misterioso per noi, ma gli aruspici predicevano il futuro leggendone i segni.

Torno a casa con un manifesto del fegato da aggiungere al nutrito campionario di cose che ho appeso nella mia camera, mi piace nella sua estraneità, lo porto con me.

 

2° giorno, domenica

Abbiamo mangiato e dormito bene, ci siamo alzati e, senza fretta e senza indugi, siamo partiti alla volta di Milano. Periferia, parcheggio, metro, siamo al duomo. Imponente, domina un piazzale grande e pullulante di persone. Saranno qui per l’expo? Forse o forse non solo, mi auguro. A Milano, in questi giorni ci sono grandi mostre d’arte e noi abbiamo deciso di vedere “Da Raffaello a Schiele” a palazzo reale. Non c’è coda ed entriamo: l’atmosfera calda nella luce soffusa mentre ad essere vivamente illuminati sono i quadri, il silenzio ovattato, la cortesia ritrovata (mi scusi, permesso, male pare!) rendono l’ambiente magico e al contempo liturgico. Io, immediatamente, mi perdo. Cerco di guardare i quadri di fronte ai quali c’è meno gente per godermeli meglio e sono lenta, lentissima. La mostra contiene i capolavori del museo di belle arti di Budapest e rappresenta un’occasione ghiotta. Come non sostare di fronte a uno studio di Leonardo che milioni di volte hai visto stampato sui libri, ma che dal vivo è lui, proprio lui, e in grado di suscitarti emozioni fortissime? Come non fissare rapiti certe luci, certi tratti e pennellate che sono l’impalcatura stessa dell’arte, che sono le risposte, nell’incessante ricerca, alle domande che l’artista si pone, come non commuoversi? (nel senso etimologico del termine) Per me vedere quadri è, come leggere libri, entrare in un altro mondo e, pur non cercando risposte, le trovo; la mente si allarga e il mio vuoto interiore almeno un po’ si rimpicciolisce, e il mio tormento almeno per un po’ s’acquieta.

Non tutto ciò che si vede e si respira rimane negli occhi e nella mente dei visitatori e ne deriva che ognuno ha visto la sua personalissima mostra, ha raccolto ciò che gli era più congeniale, ciò che animava le sue corde del cuore; questa molteplicità, nell’unità mi pare bella oltrechè interessante. Questa considerazione nasce dall’esperienza: quando, ormai a Pavia, la sera, fumando una sigaretta Valter, Gabri ed io ci siamo scambiati impressioni sulla giornata sono venute fuori preferenze differenti, idee diverse. Ad esempio, parlando di Milano Valter si rammaricava di aver fatto poche e non belle fotografie (lui che è così bravo!) mentre Gabri magnificava la città per la sua efficienza. Sulla mostra in particolare Valter non ha espresso che una generica approvazione mentre Gabri si è detto colpito da diverse opere, prima fra tutte Salomè con la testa del Battista, un paesaggio con bambini che giocano, I cacciatori di nidi e La vendemmia. Ecco che l’amore per la natura di Gabriele viene fuori anche così, guardando dei quadri. E dall’occhio di Valter prendono forma belle inquadrature che parlano di silenzi per immagini. Se dovessi qui citare tutto ciò che mi è piaciuto (piaciuto è poco in verità) dovrei scrivere troppo a lungo e rischierei di comporre un elenco privo di significato se non abbinato a immagini, per cui evito, aggiungo solo che Milano è vicina …

Abbiamo fatto due chiacchiere anche su Piacenza e Gabri (a cui piace mangiare) ha sottolineato la buona cucina della città oltre alla sua bellezza mentre Valter, più cauto, l’ha rivalutata a fronte di una iniziale indifferenza.

La giornata a Milano però non si è conclusa con la visita alla mostra, ma abbiamo fatto e visto altro. Decidiamo di visitare il castello Sforzesco e mentre, insieme a molta gente ci dirigiamo in quella direzione, troviamo un assembramento: ci sarà qualcosa da vedere, penso e mi intrufolo. Ci sono due ragazzi, no sei, no due che vestiti in modo sgargiante si accingono a dare spettacolo. È difficile descriverli, ma ci provo. I ragazzi sono due: lunghe magliette coloratissime, capelli rasta, cappellino da baseball. Ognuno di loro è al centro di un’impalcatura composta da due pupazzi (identici al personaggio guida) che muovendosi li muove essendo collegati da barre orizzontali fra loro. Lo so, non può rendere l’idea, ma vederli poi al ritmo di un pezzo indiavolato ballare muovendosi tutti insieme è stato davvero divertente; sono stati bravissimi! Purtroppo c’è anche dell’altro: ora a Milano va di moda tra chi vive per strada e cerca di sbarcare il lunario fare fiori con le verdure, ed ecco che agli angoli delle vie fioriscono rose di rape rosse e di carote, bianchi fiori di finocchi e verdi ciuffi di foglie. Coltello in mano e mani intirizzite, fiori più freddi dei fiori e strappare un altro giorno al difficile gioco della vita, resistere e sperare, sperare di resistere. Se i ragazzi – spettacolo erano chiasso e movimento, qui è il silenzio a regnare, se lì intorno a loro c’era la folla, qui frettolosa la gente passa; spero che qualcuno si fermi, piccole fiammiferaie del nostro tempo.

Arriviamo al castello e siamo un po’ stanchi. C’era in programma di finire tardi all’expo, ma né io né gli altri se la sentono. Solo Giovanna vuole andare, anche sola. Ma no, ma dai! sola no e Roberta va con lei. Ci salutiamo. Ci rivedremo a Pavia.

Monica che a Milano ha anche vissuto sarà la nostra guida. La Pietà Rondanini va vista, cascasse il mondo. Siamo stanchi, ma di fronte a tale vigorosa posizione ci arrendiamo, andiamo.

È una scultura di Michelangelo di fronte alla quale per prima cosa sono rimasta perplessa. È sconvolgente, incompleta, bizzarra, sofferta, urlante e gemente. Le due figure della Madonna e del Cristo appena sbozzate sembrano emergere dalla pietra con estrema fatica come se dall’interno forzassero il marmo e a guardarle girando loro attorno stravolgono l’iniziale lettura dell’opera. Da una parte pare che la Madonna sorregga il Cristo, dall’altra sembra che il Cristo porti sulle spalle una Madonna sfinita dalla stanchezza e dal dolore. Questo è quello che ho visto io dopo i primi istanti di sgomento e non pretendo di dare una lettura dell’opera se non esclusivamente personale. Non so nemmeno se condivisa o condivisibile. Poi c’è quel braccio in più che Michelangelo ha lasciato lì, ci sono quel polpaccio liscio che pare di seta e la grezza porosità delle teste scolpite, parrebbe, nel gesso o nel sapone schiumoso. Ci giri attorno e più vedi e meno sai, uscendo te la porti nel cuore, negli occhi e nella mente.

Entriamo in una sala che dicono sia il violino più grande del mondo, non mi fa un grande effetto, ma ci sono sedie a volontà, una platea. Mi fiondo. Un uomo alla chitarra accompagna una donna dalla voce sublime che mi incanta. Dai secoli passati emergono sonorità che identifico (a orecchio, ma non ho certezze) come medioevali. È rilassante e me la godo, il canto come esercizio di stile e di armonia. A Gabri che conosce, ama e ascolta altra musica, non piace, ma anche lui si riposa un po’.

Sarebbe interessante ascoltare alcuni specialisti che spiegano il “mondo” del violino, ma non riesco, dedico un briciolo di attenzione ad uno strumento che non avevo mai visto, la chitarra arpa, ed un’occhiata ai pregiatissimi violini esposti in colonne di vetro certamente climatizzate, ma poi mi arrendo: la schiena mi fa male e sono veramente stanca.

Sulla metro ci sbrachiamo sui sedili e silenziosi pensiamo ai casi nostri. Giungiamo al parcheggio. Riusciamo a trovare la macchina senza difficoltà (grande progresso: due anni fa l’avevamo persa) e via da Milano, Pavia accogliente ci aspetta. Buona cena e buonanotte.

 

3° giorno, lunedì

Roberta non verrà all’expo, ha delle cose da fare e, credo, che il tour fatto ieri sia stato sufficiente. In soldoni: andarci si, ma andarci più di una volta …

Così partiamo in cinque, i soliti magnifici cinque … il solito parcheggio a Famagosta è completo (di lunedì mattina?eh si i pendolari …) deviazione, altro parcheggio, altro tragitto, siamo vicinissimi all’expo in linea d’aria, ma ci vuole circa un’ora per arrivare. Il parcheggio è ancora più anonimo e privo di indicazioni di riferimento, serpeggia la paura di perdere la macchina e ci facciamo attentissimi, non vogliamo essere costretti a cercarla disperatamente al ritorno. Capita a tutti di avere simili paure negli enormi parcheggi muti e tetri?

Arriviamo ad una coda e poi ad un’altra e un’altra ancora; una fiumana di persone, teste e spalle, ci precede, ed un’altra ci segue.

Se ad un corteo partecipasse tanta gente sicuramente dovrebbero tenere conto delle richieste di quel gran numero di persone; ma qui no, ad unirci solo il tratturo, le motivazioni no, gli intenti neanche, le curiosità differenti. Ognuno è solo nel suo piccolo modestissimo mondo non condivisibile. Mi rattristo. Dopo un interminabile corridoio giungiamo in quello che sarebbe la main street, il corso, la colonna vertebrale di ciò che attorno si intravede. Già, si intravede. Bisognerebbe sormontare il mare di nuche che ho davanti per avere almeno una visione d’insieme, ma io sono bassina e mi restano teste e acconciature. Si, vedo ciò che svetta, le architetture estrose e solo in certi casi rappresentative del loro paese, azzardate strutture (per esempio, per andare in Brasile bisognava arrampicarsi su una rete) che suscitano sguardi che vanno dal compiaciuto al perplesso, dal curioso all’interrogativo, ma in fretta, tutto molto, troppo in fretta e da lontano. La folla come un unico organismo ti spinge avanti e tu fatichi a trovare il tempo per pensare.

C’era lo stand della Charitas vicino all’ingresso e lì non c’era nessuno. Facevano bella mostra di sé due sculture simbolo della diseguaglianza nella divisione delle ricchezze, erano facilmente leggibili, ma a chi rivolgevano il loro messaggio se tutto il resto le sommergeva?

C’erano tonnellate di cibo venduto a prezzi elevati ed era persino difficile da acquistare tanta era la gente che si affollava in code lunghe ed estenuanti. Noi abbiamo mangiato i nostri panini (al prosciutto crudo, preparatici da Loredana, buonissimi) seduti su uno scalino, in un angolo meno affollato, ma pur sempre tra la folla. Non era possibile entrare da nessuna parte, per quanto fossi curiosa non c’era verso. Valter che ama gli hamburger non ha resistito e ha fatto due ore di coda per acquistarne uno, Monica non lo ha lasciato solo e merita l’aureola.

L’unica cosa che ho trovato sensata è stata l’accorgermi dei distributori d’acqua sparsi lungo i percorsi. Di sete non era consentito morire.

Siamo arrivati, come pellegrini sfiancati, ma molto meno coinvolti interiormente, all’albero della vita (?) super attrazione italiana. La struttura la conoscete tutti per cui non la descrivo, dirò solo che, essendomi seduta (mentre gli altri baldanzosi andavano ancora girando) ho potuto assistere allo “spettacolo” che, ho saputo, veniva riproposto ogni ora. Sono stata fortunata perché la colonna sonora che variava ogni volta mi ha riservato Pino Daniele (Napule …) ma, a un certo punto la folla attorno a me si è moltiplicata, io seduta e tutti in piedi a vedere gli spruzzi d’acqua che a fianco dell’albero svettavano e ricadevano nel laghetto che li aveva generati, oh di meraviglia e macchine fotografiche; sinceramente non ho capito perché. Non voglio dire che il terzo giorno di vacanza sia stato uno scempio, perché anche da quella esperienza ho imparato qualcosa, perché con il mio gruppo di amici sono stata e sto bene, perché l’expo è stato solo un momento (lungo, ma non l’unico) della giornata, insomma non sono pentita perché ho potuto verificare con gli occhi (e le gambe) ciò che supponevo e perché posso sfatare qualche mito; per fortuna vanno bene molte cose quando si sta bene insieme. Valter che ama fotografare gli oggetti più che gli esseri umani (e che è alto, aggiungo) ha potuto fare un gran numero di foto belle, io no, le cose spesso mi sono sfuggite, il condannare a priori la manifestazione nella sua totalità forse ha reso la mia vista meno acuta. Anche questa è una lezione.

Siamo riusciti a varcare la soglia del padiglione di non so più quale stato africano e lì c’erano molti oggetti artigianali, ma non c’era tempo, la folla premeva, e tutto era caro. Tutto era troppo. Finalmente eccoci procedere a ritroso e guadagniamo l’uscita, siamo ancora lontani, però. Un’ora di metro, ritrovare la macchina, uno a guidare e gli altri quasi riposare.

Pavia, è l’ultima notte. Grande cena, buon sonno. Al mattino, dopo colazione, siamo pronti a metterci in viaggio, torniamo a casa, alle nostre cose, al lavoro, all’auto aiuto. Torniamo a casa: Genova è vicina.