Visite a mostre, un invito di Emilia


Sabato siamo andate in centro. Noi tre, Livia, Silvia ed io.

Avevo lanciato l’idea di andare a vedere una mostra del grande fumettista e disegnatore Andrea Pazienza, un mio amore mai sopito.

Silvia ed io arriviamo a Principe e da lì prendiamo via Balbi e raggiungiamo Livia alla Nunziata.Faccio un po’ da guida e mentre andiamo incontro delle colleghe che lavorano nella struttura presso la quale faccio compagnia al mio vecchio; pare che io conosca il mondo, ma non è vero, lavoriamo in zona, tutto qui. Però mi piace salutare ed essere salutata, sorridere e ricevere un sorriso, mi fa sentire meglio.

Percorriamo via Lomellini e via S. Luca piene di gente e di colori, di negozi di abbigliamento che attirano Silvia, di scarpe e di prodotti etnici che attirano me, Livia si limita a guardare.

Raggiungiamo il Porto Antico e qui la folla si fa pressante, bambini, coppiette, anziani, tutti con un’aria svagata da “è sabato pomeriggio, voglio riposare”, ognuno segue il proprio percorso mentale tra la folla e schiva gli altri di brevi attimi, sembrano palline di un flipper, ma lente, languide.

Ecco, chiedo l’esatta ubicazione del museo Luzzati e arriviamo all’ingresso.

Mi intimidiscono queste situazioni, questi rapporti, ma mi pare che le altre non se la cavino meglio di me e allora.. mi tocca.

Ecco, abbiamo i biglietti, entriamo. La mostra è composta di poche tavole in una specie di galleria completamente nera e i fogli bianchi risaltano come luce. Pazienza mi cattura immediatamente, non esiste nient’altro, perdo il contatto con quanto succede attorno a me e non vedo nemmeno più Livia e Silvia.

Leggo e guardo, guardo e ricordo, il passato, le mie riviste di fumetti, le mani ad accarezzare i fogli, è di una travolgente dolcezza quel frammento di passato.

Ad un certo punto mi ritrovo accanto Livia e Silvia (mi hanno doppiato) e per un attimo penso che dovrei coinvolgerle di più, ma poi recedo: voglio godermi la mostra senza sacrificare niente e, in fondo, perché costringerle a partecipare in modo diverso da quello che desiderano?

Purtroppo finisce e sono ancora lì e starei lì, ma poi lo saluto Paz, ed esco.

All’ingresso l’uomo che ha strappato i biglietti ci aveva detto che, allo stesso prezzo-fondamentale!!- possiamo vedere l’esposizione su Luzzati all’interno del museo, naturalmente andiamo.

Non è del Luzzati giocoso che si tratta, ma di esplorare il suo lato oscuro: è fantastico.

Ecco da dove Luzzati parte per giungere altrove: dal suo intimo, sofferto e torturato io, coraggiosamente espone il suo animo e si intravede un percorso lungo e tutt’altro che lineare.

Devo ammettere che mi affascina e trattiene più delle tavole di Andrea. Lì la memoria qui la condivisione. Lì il dolore per una morte così prossima alla mia, sentire il fiato greve che ansima nel bisogno di una dose e quello stralunato della dose iniettata, vedere Pompeo prima di morire e morire un poco con lui ora ed essere morta con lui allora, ammirare l’estrema facilità del disegno ed amare tutte la sue figure, sentirlo fratello, Pompeo/Andrea?, un fratello morto da piangere e ricordare, un fratello che proprio perché morto si è allontanato e la mancanza di lui si stempera nel tempo pur restando dentro l’anima.

Ho comprato il catalogo della mostra (rinuncerò a molte sigarette) in memoria di Paz e posso carezzarlo se lo desidero.

Di Luzzati c’erano solo cartoline e manifesti, serigrafie costosissime e allora non ho potuto prendere niente e non ho bisogno di ricordare, ci sono le mie paure nei suoi collage(?)c’è la sua visione fantasmagorica, c’è la mia follia, accolta e raccontata con le sue matite e i suoi colori; al mondo poche cose sono belle, ma quelle nascono spesso dal dolore e dal buio ed il dolore e il buio Luzzati li racconta benissimo.

 

Qualche giorno dopo, da sola e senza dirlo troppo forte, sono andata a vedere gli scatti di Kubrik. Non volevo perderla come mi è successo con Mirò, e sono andata forzando un poco la mia connaturata pigrizia che nasconde, sospetto, una certa paura del mondo, della gente, degli spazi troppo ampi e dispersivi. Ho approfittato del fatto che ero già in centro, quindi a metà strada, ed ho preso l’autobus che va nella direzione opposta a quella che mi porta a casa. Ho lasciato il vecchio, bye, bye, vecchio e mi è parso quasi di essere in vacanza, ma non mi sono lasciata il tempo per riflettere altrimenti, lo so, non sarei andata. Entrata nella prima sala,come spesso mi capita, sono andata in senso inverso, ma non si è rivelato importante: mi sono immersa nell’atmosfera un po’ rarefatta, in mezzo a gente che non vedeva me come io non vedevo loro, e, ma che sballo! La mostra è stata organizzata benissimo, anche senza le cuffie (che costano troppo) si potevano avere spiegazioni e rimandi cinematografici e a me veniva da dire: si, è vero, è così. Poi c’erano copie originali della rivista che pubblicò i suoi servizi (Life) ed avrei voluto conoscere l’inglese a sufficienza per tradurre gli articoli correlati, entra nuovamente in gioco la pigrizia ed il mio inglese è sempre più arrugginito e scolastico. Quanto lavoro e quanto studio nelle foto di Kubrik, le cose belle spesso sono faticose e nella leggerezza e nella grazia si intravede tutto quello che c’è alle spalle: passione ed impegno. Avrei voluto acquistare il catalogo e non l’ho fatto, ma.. ci penso ancora, chissà..

Perché ne scrivo? Perché sono state cose belle e desidero condividerle, ma soprattutto spero di coinvolgere qualcuno e, la prossima volta non andare sola; è molto più bello scambiarsi impressioni e commentare quel che si vede con qualcuno e l’esperienza rimane nella memoria più viva e presente.